LE PIANTE SPONTANEE COME INDICATORE DI QUALITÀ DEL VIGNETO

E’ possibile quantificare la sostenibilità ambientale misurando la presenza delle specie degli ambienti naturali che riescono a far parte della flora spontanea di un vigneto.

Oggi voglio riportare un intervista a Cristiano Francescato apparsa sul numero 2 del magazine di Vinnatur. Francescato è un botanico che studia lo stato ecologico dei vigneti e la loro biodiversità attraverso indicatori legati alla presenza e all’abbondanza delle diverse specie vegetali.

Tra i diversi elementi che raccontano lo stato di salute del vigneto hai scelto di approfondire l’aspetto floro-vegetazionale. Quale particolare chiave di lettura ci offre? La flora che abita il vigneto fornisce importanti informazioni sulle sue caratteristiche intrinseche. Le piante spontanee sono in equilibrio con il suolo e il clima e ci permettono di relazionare il vigneto con l’ambiente naturale in cui si inseriscono. La presenza o l’assenza delle singole specie, inoltre, ci fornisce una precisa lettura ecologica dell’ambiente che stiamo osservando. Ad esempio, se camminando lungo le file di un vigneto ci imbattiamo nella tossillagine (Tussilago farfara) siamo su un suolo con buona presenza di argilla e media umidità, in un ambito climatico di tipo temperato. Se invece osserviamo la presenza del becco di gru malvaceo (Erodium malacoides) i nostri piedi poggiano su un suolo con una buona presenza di scheletro in un clima mediterraneo.

Le piante che popolano un vigneto possono testimoniare l’impatto dell’uomo sul loro habitat?
Certamente, le piante ci danno la misura dell’impatto che una gestione agronomica può avere sull’ambiente. Vi sono specie che indicano eccessive concimazioni, elevato compattamento o lavorazioni del terreno non adeguate. Tra queste spiccano soprattutto le piante aliene, cioè quelle specie che si trovano lontane dal loro ambiente di origine e sono giunte in un determinato territorio perché portate dall’uomo in modo volontario o accidentale. Le troviamo soprattutto in ambienti fortemente disturbati dove gli input organici sono elevati e il suolo spesso rimaneggiato.

Puoi dirci di più delle piante aliene? Quale tipo di coesistenza si instaura con le specie autoctone?
Trovandosi fuori dal loro ambiente naturale, dove erano in equilibrio con le altre piante autoctone, le piante alloctone si riproducono a dismisura non avendo concorrenti che le possano contenere.
Nel nuovo ambiente in cui si insediano riescono ad avere più successo delle specie autoctone e si riproducono di più e più velocemente andando a sostituirle. Nei vigneti le specie più comuni sono la saeppola canadese (Conyza canadensis), specie nordamericana che colonizza gli ambienti più secchi; la cespica annua (Erigeron annuus), specie nordamericana che si trova in quelli più freschi; il senecione sudafricano (Senecio inaequidens), presente in quelli più sassosi.

Concludendo, quale approccio deve adottare il vignaiolo per favorire la flora autoctona rispetto a quella alloctona?
È importante conoscere queste piante aliene prima che la loro diffusione elimini tutte le piante autoctone, riducendo notevolmente la biodiversità, di conseguenza la presenza degli insetti utili che ad essa si accompagnano, causando uno squilibrio nel sistema. Si inizia, quindi, garantendo un’elevata biodiversità di specie autoctone che autoregolano l’ambiente stesso. La gestione agronomica si rivela fondamentale: gestire i tempi degli sfalci è un’operazione che, per quanto semplice, determina una forte selezione di alcuni gruppi di specie piuttosto che di altre. Il vigneto, in questo senso, potrà assumere un ruolo molto importante anche dal punto di vista conservazionistico rispetto a tutte le altre colture.

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